Ispirato alla SCUOLA DI SAGGEZZA fondata da HERMANN KEYSERLING a Darmstadt nel 1920, il Blog propone le iniziative culturali organizzate dalla omonima Associazione Culturale Il blog é agganciato all'omonimo canale Youtube contenente i video Hangout dei webinar gratuiti periodici organizzati da Sabato Scala e dalla sua compagna Fiammetta Bianchi con lo scopo di costruire, partendo dall'ideale della Saggezza, le fondamenta per un radicale rinnovamento dell'umanità .

Asclepio 21-29

Asclepio 21-29

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E dovrei ancora dire quale forza inevitabile possiede questo mistero, se ciascuno non lo sapesse da sé guardando nell'intimo dei suoi sentimenti. Se infatti poni attenzione a quel momento finale, in cui, in seguito a uno sfregamento ripetuto, giungiamo a far sì che l'una e l'altra natura mescolino la propria semenza, sì che l'una avidamente rapisce l'altra per rinchiuderla nell'intimo di se stessa, in questo momento dunque, tu vedi che dall'unione la donna acquista il vigore dell'uomo e l'uomo si distende in un languore femminile.
Così l'atto di questo mistero tanto dolce e tanto necessario si compié nascostamente, perché la divinità, che si manifesta nelle due nature in seguito all'unione dei sessi, non sia costretta ad arrossire a causa della derisione degli ignoranti, soprattutto se si espone agli occhi di uomini empi.
[22] Infatti gli uomini pii non sono numerosi e anzi direi assai pochi, sì che si possono contare quelli che esistono in tutto il mondo. Ora se la malizia persiste in molti, ciò è perché manca a questi la saggezza e la conoscenza di tutte le cose. Infatti il disprezzo di tutti i vizi che corrompono il mondo intero, e il desiderio di apportarvi dei rimedi, nasce dalla comprensione dell’ordine divino in base a cui l'universo è costituito.
Ma fino a che dura l'ignoranza, tutti i vizi vivono pieni di vigore, e, lacerando l'anima con peccati insanabili, fanno sì che l'anima stessa, una volta infetta e corrotta da questi, sia come gonfia di veleno, fatta eccezione per coloro che hanno trovato il supremo rimedio nella scienza e nella conoscenza.
Se dunque a questi soli uomini, e pochi in verità, gioverà questo discorso, vale la pena di continuare la nostra discussione e di spiegare che la divinità ha reso degni i soli uomini di partecipare alla scienza e alla conoscenza che la concernono.
Ascolta dunque: quando Dio, padre e signore, dopo gli dèi, ebbe creato gli uomini, combinando in essi in parti uguali l'elemento corruttibile della materia e l'elemento divino, avvenne che i vizi inerenti alla materia, mescolatisi ai corpi, vi rimanessero insieme ad altri connessi col cibo e col nutrimento, al quale noi siamo costretti unitamente a tutti gli esseri viventi. In seguito a tali cose necessariamente avvenne che negli animi umani si insediassero le brame dell’avidità e gli altri vizi che sono propri dell'anima umana. Quanto agli dèi, che sono stati formati della parte più pura della natura e senza alcun bisogno dell'aiuto della ragione e della scienza sebbene l'immortalità e il vigore di un’eterna giovinezza siano per loro come la scienza e la conoscenza.
Tuttavia, per salvaguardare l'unità dell'ordine, al posto della scienza e della conoscenza Dio ha istituito per essi, con una legge eterna, un ordine determinato dalla necessità, mentre contemporaneamente ha distinto l'uomo fra tutti gli altri esseri viventi in base al privilegio della ragione e della scienza, grazie alle quali può evitare e respingere i vizi inerenti al corpo, e al tempo stesso ha suscitato In lui la speranza dell'immortalità e il desiderio di tendere a essa. In conclusione, perché l'uomo fosse buono e potesse divenire immortale, Dio lo formò di due nature, la divina e la mortale, e così la volontà divina stabilì che l'uomo fosse superiore agli dèi, i quali sono formati della sola natura immortale, e migliore di tutti i mortali. Perciò mentre l'uomo, unito agli dèi da un legame di parentela, li adora con religiosa venerazione e con la pietà dell'anima, gli dèi a loro volta vegliano dall' alto con un tenero amore su tutte le vicende umane, prendendole sotto la loro cura.

[23] Ma questo mio discorso si riferisce solo a quei rari uomini dotati di un'anima pia. Di coloro che sono nel vizio non si deve dir niente, affinché la sublime santità di questo discorso non sia violata. E poiché ora il discorso avrà come tema la parentela e la comunanza tra gli uomini e gli dèi, rivolgi la tua conoscenza, o Asclepio, alla forza e al potere degli uomini. Come il signore supremo e il padre, o per dargli il suo nome più alto, Dio, è il creatore degli dèi celesti, così l'uomo è l'autore e l'artefice degli dèi che sono nei templi e che vivono lieti tra gli umani. L'uomo, dunque non solo è illuminato, ma illumina, non solo SI avvicina a Dio ma anche crea divinità. Sei preso da ammirazione, o Asclepio, oppure hai poca fede, come accade ai più?».
«Sono confuso, o Trismegisto, ma assentendo volentieri alle tue parole, giudico l'uomo infinitamente felice, poiché ha ottenuto una sorte così fausta».
«Né a torto è degno di essere ammirato con stupefazione colui che è superiore a tutti gli altri esseri.
E opinione universale che il genere degli dèi abbia avuto origine dalla parte più pura della natura e che le immagini visibili di essi siano, per così dire, le loro teste, e non il corpo intero. Le immagini degli dèi, invece, foggiate dall'uomo, sono formate di ambedue le nature, quella divina, che è più pura e molto più santa, e quella accessibile agli uomini, cioè la sostanza, con cui sono state fabbricate; e non sono raffigurate in forma di testa solamente, ma con l'intero corpo e tutte le membra. Così l'umanità, sempre memore della natura e dell’origine propria, nell'imitazione della divinità giunge a tal punto che, come il padre e signore creò gli dèi eterni affinché fossero simili a lui, così essa foggia i propri dèi a somiglianza di se stessa».
[24] «Ti riferisci alle statue, o Trismegisto?».
«Sì, alle statue, o Asclepio, vedi fino a qual punto manchi di fede? Vi sono delle statue che possiedono un'anima, una coscienza, che sono piene di soffio vitale, che fanno cose grandiose e stupefacenti, statue che prevedono l'avvenire e lo predicono mediante le sorti, mediante l'ispirazione profetica, i sogni, e in molti altri modi ancora. Vi sono statue che inviano agli uomini le malattie e le guarigioni, che concedono, in base ai nostri meriti, il dolore e la gioia.
Forse ignori, o Asclepio, che l'Egitto è l'immagine del cielo o, per parlare più esattamente, il luogo dove si trasferiscono e discendono tutte le operazioni delle forze che governano e agiscono nel cielo? E se dobbiamo parlare in modo più veritiero, la nostra terra si può definire come il tempio del mondo intero. E tuttavia, poiché si conviene ai saggi di conoscere tutte le cose prima che avvengano, non è possibile ignorare ciò che sto per dire.
Verrà un tempo in cui sembrerà che gli Egiziani abbiano onorato invano i loro dèi con la devozione del loro cuore e un culto assiduo; tutta la loro pia venerazione si rivelerà inefficace e vana. Gli dèi, infatti, lasceranno la terra e risaliranno verso il cielo, l'Egitto sarà abbandonato e la terra che fu sede dei riti, spogliata dei suoi dèi, sarà privata della loro presenza. E gli stranieri che popoleranno questo paese, non solo non avranno più cura della religione, ma, e ciò è ancor più triste, si avrà l'imposizione, mediante leggi e con la prescrizione di pene, di astenersi da ogni pratica religiosa, da ogni atto di pietà o di culto verso gli dèi.
Allora questa terra santissima, sede dei santuari e dei templi, sarà piena di sepolcri e di morti. O Egitto, Egitto, dei tuoi culti non resteranno che leggende, le quali saranno considerate incredibili persino dai tuoi posteri, e rimarranno solo parole incise sulle pietre, a narrare le tue pie azioni. Abiterà l'Egitto lo Scita e l'Indo, o qualche altro popolo barbaro. Infatti non appena la divinità risalirà in cielo, gli uomini, abbandonati, moriranno, e così l'Egitto, privato degli dèi e degli uomini, sarà deserto. A te mi rivolgo, o fiume santissimo, a te preannuncio il futuro: la tua acqua, divenuta un impetuoso torrente di sangue, si riverserà fuori degli argini, e le tue on-de divine non solo saranno state insozzate dal sangue, ma a causa di esso eromperanno fuori del loro letto e il numero dei morti sarà maggiore di quello dei vivi; chi sopravvivrà sarà riconosciuto per egiziano dalla sua sola lingua, perché dal suo modo d'agire egli sembrerà di un'altra stirpe.

[25] Perché piangi, o Asclepio? L'Egitto si lascerà trascinare a cose molto peggiori di queste e si macchierà di delitti più gravi, proprio l'Egitto, un tempo terra santa, piena d'amore per gli dèi, unica loro sede per il sol merito della propria devozione, maestra di santità e di pietà, proprio l'Egitto sarà l'esempio della peggiore crudeltà.
Allora gli uomini, annoiati della vita, non considereranno più il mondo degno di ammirazione e di adorazione. Un tale mondo, che è pieno di bontà, e del quale nulla di migliore vi è mai stato, vi è, e potrà mai esservi, sarà in pericolo e diverrà un peso per gli uomini, e per questo sarà disprezzato e non si amerà più quest'opera inimitabile di Dio, costruzione gloriosa, ricolma di bontà, composta di un'infinita diversità di forme, strumento della volontà di Dio, che generosamente assiste e protegge la sua creazione, dove si riunisce in un medesimo complesso, in un'armoniosa diversità, tutto ciò che, degno di riverenza, di lode e di amore, si offre allo sguardo. Le tenebre infatti saranno preferite alla luce, si giudicherà più vantaggiosa la morte della vita, nessuno leverà più i suoi occhi verso il cielo; e l'uomo pio sarà considerato folle, l'uomo empio saggio, il pazzo furioso prode, il peggiore sarà considerato buono.
L'anima e tutte le credenze ad essa relative, che la dicono immortale per natura o in procinto di divenire tale, secondo ciò che vi ho esposto, saranno oggetto di riso, verranno considerate vanità. E sarà decretato, voi dovete credermi, che colui che si sarà dedicato alla religione sia messo a morte. Si stabiliranno nuovi diritti, una nuova legge; niente di santo, niente di pio, niente che sia degno del cielo e degli dèi che l'abitano sarà ascoltato o creduto. E avverrà l'infausta separazione degli dèi dagli uomini, rimarranno solo gli angeli malvagi, che, mescolandosi agli uomini, indurranno con la violenza quei miseri a tutti gli eccessi dell'audacia volta al male, li spingeranno a fare guerre, rapine, frodi, e a tutto ciò che è contrario alla natura dell'anima umana.
La terra perderà allora la sua stabilità, il mare non sarà più navigabile, né il cielo sarà più solcato dalle orbite degli astri, né gli astri potranno continuare la loro corsa attraverso gli spazi; ogni voce divina, costretta al silenzio, tacerà; i frutti della terra marciranno e la terra non sarà più fertile, l'aria stessa diventerà inerte in una funesta immobilità. [26] In tal modo dunque invecchierà il mondo: si avrà l'empietà, il disordine, la confusione di tutti i beni.
Quando queste cose saranno accadute, o Asclepio, allora quel signore e padre, e Dio, che è primo in potenza rispetto a tutti, e il creatore del dio che è primo rispetto agli esseri creati, considerando questi costumi e queste malvagie azioni, tentando con la sua volontà, che è bontà divina, di opporsi ai vizi e al progressivo corrompersi di tutte le cose, volendo purificare il mondo dal male, annienterà ogni malizia o cancellandola con il diluvio,
o consumandola con il fuoco, o distruggendola con malattie pestilenziali sparse ovunque, e ricondurrà il mondo al suo primitivo aspetto, in modo che appaia nuovamente degno di essere adorato e ammirato, e che Dio, creatore e restauratore di una sì grande opera, sia glorificato con frequenti inni di lode e di benedizione dagli uomini che allora vivranno. Questa sarà la rinascita del mondo: un rinnovamento di tutte le cose buone e una restaurazione santissima e solenne della natura stessa, necessariamente realizzata nel corso del tempo dalla volontà divina, la quale è eterna, senza inizio né fine. Infatti la volontà di Dio non ha avuto inizio, permane sempre immutabile, e come è al presente, tale sarà in eterno. La volontà di Dio è la sua stessa essenza».
«La somma bontà è dunque il proposito divino, o Trismegisto?».
«La volontà, o Asclepio, nasce dal proposito e l'atto del volere dalla volontà stessa. Infatti non a caso vuole qualcosa chi possiede tutto e dunque vuole ciò che ha. Egli vuole tutto ciò che è buono e tutto ciò che vuole lo possiede. Tutto ciò che si propone e che vuole è dunque buono. Tale è Dio; e il mondo è la sua immagine, opera di un Dio buono e dunque buono esso stesso».

[27] «Buono, o Trismegisto?».
«Sì, buono, o Asclepio, come mi accingo a dimostrarti. Infatti come Dio dispensa e distribuisce i suoi beni, ossia l'intelletto, l'anima, la vita, a tutte le specie e a tutti i generi che sono nel mondo, così il mondo offre e dispensa tutte le cose che ai mortali sembrano buone, ossia il succedersi delle nascite nel loro tempo, la formazione, la crescita e la maturazione dei frutti della terra e altre cose simili a queste. Così dunque Dio, avendo la sua sede nel punto più alto del sommo cielo, si trova ovunque, e volge il suo sguardo intorno su tutte le cose. (Vi è infatti al di là dello stesso cielo un luogo privo di stelle, che non ha alcun legame con le cose materiali.)
Colui che ha la funzione di dispensare la vita, che noi chiamiamo Giove (Zeus), occupa la zona intermedia fra cielo e terra. Mentre la terra e il mare sono dominati da Giove Plutonio, che ha la funzione di nutrire tutti gli esseri viventi e quelli che producono frutti. E dunque per merito del potere di questi dèi che i frutti, le piante e la terra hanno vita. Ma vi sono altri dèi ancora, il cui potere e la cui attività si distribuiscono attraverso tutto ciò che esiste.
Gli dèi, il cui dominio si esercita sulla terra, saranno un giorno ospitati in una città al limite estremo dell'Egitto, una città che sarà fondata nella parte dove il sole tramonta, e dove affluirà per terra e per mare tutto il genere dei mortali».
«Ma dimmi, intanto, dove si trovano in questo momento questi dèi, o Trismegisto?».
«Hanno la loro sede in una città immensa, su un monte della Libia. Questo basti per quanto riguarda tale argomento. Dobbiamo adesso trattare dell'immortale e del mortale, poiché l'attesa e il timore della morte tormenta molti, che non conoscono la vera dottrina. La morte infatti è il risultato della dissoluzione del corpo fiaccato dalla fatica, dopo che si è compiuto il numero di anni che gli fu assegnato, e durante il quale le sue membra sono connesse fra loro in modo da formare un unico organismo in grado di esplicare le funzioni della vita. Infatti il corpo muore quando non può più reggere il peso della vita umana. Questa è la morte: il dissolversi del corpo e lo sparire della sua sensibilità; e di ciò è I vano curarsi. E invece necessario preoccuparsi di un'altra cosa, che talvolta l'ignoranza o l'incredulità umana trascurano».
«Cos' è dunque, o Trismegisto, ciò che gli uomini ignorano o che non ritengono possibile?».
[28] «Ascolta dunque, o Asclepio. Una volta avvenuta la separazione dell'anima dal corpo, il giudizio e l'esame dei suoi meriti sarà affidato al dèmone supremo, e se costui avrà giudicato che essa è stata pia e giusta, le permetterà di stabilirsi nelle sedi che le si addicono; se invece l'avrà trovata deturpata dalle macchie del peccato e insozzata dai vizi, la precipiterà verso il basso, abbandonandola alle tempeste e ai turbini, dove sono incessantemente in lotta l'aria, il fuoco e l'acqua, perché, con castighi eterni, essa sia continuamente trascinata e travolta in direzioni contrarie fra cielo e terra dai flutti della materia.
Così è l'eternità stessa dell'anima a nuocerle, in quanto essa si vede condannata da un giudizio eterno a un supplizio eterno. Sappi dunque che dobbiamo temere proprio questo, e di questo dobbiamo tremare, e da questo dobbiamo guardarci, ossia dal cader preda di una simile sorte: infatti gli increduli, dopo aver peccato, saranno costretti a credere, non da parole, ma da fatti, non da minacce, ma dalla sofferenza stessa della pena».
«Non è dunque la sola legge umana, o Trismegisto, a punire i peccati degli uomini?».

«Per prima cosa, o Asclepio, tutto ciò che è legato alla terra è mortale, e tali sono anche gli esseri viventi, se-condo la condizione propria dei corpi, che cessano di vivere secondo questa stessa condizione. Tutti gli esseri dunque, come sono soggetti a pene proporzionali a ciò che hanno meritato in vita e agli errori commessi, così sono puniti, dopo la morte, con pene tanto più dure quanto più i loro errori sono stati in vita tenuti nascosti: Infatti la divinità conosce tutte le nostre azioni, per cui saranno inflitte pene proporzionali alla gravità degli errori».
[29] «Chi sono quelli che meritano pene maggiori, o Trismegisto?».
«Sono coloro che, condannati dalla legge umana, muoiono di morte violenta, sì che sembrano non aver reso l'anima alla natura, a cui è dovuta, ma aver pagato la pena che si sono meritati. L'uomo giusto trova invece un soccorso e un sostegno nella religione e nella più profonda devozione a Dio. Infatti Dio protegge il giusto da qualsiasi male. Il padre e signore di tutte le cose, colui che, solo, è tutte le cose, si mostra spontaneamente a tutti, se pur non facendosi conoscere rispetto allo spazio, né alla qualità, né alla grandezza, ma illuminando l'uomo con quella conoscenza che è propria dell'intelletto, per cui l'uomo, liberata la sua anima dalle tenebre dell'errore e percepita la luce della verità, si unisce alla conoscenza di Dio, per amore della quale si è liberato da quella parte della sua natura che lo rende mortale, e può quindi nutre la speranza di una immortalità futura. In ciò consiste la distanza che separa i buoni dai malvagi.

Chiunque sia dunque illuminato dalla pietà religiosa, dalla saggezza, dal culto e dalla venerazione della divinità' chiunque sia penetrato nella vera ragione delle cose quasi con gli occhi, e sia reso saldo dalla sua fede eccelle fra gli uomini nella stessa misura in cui il sole supera in luminosità tutti gli altri astri. Del resto è il sole stesso a illuminarli, non tanto con la potenza della sua luce, quatto con la sua divinità e la sua santità. 

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